Studio Malandrino Alfredo

Divieto di licenziamento fino al 31 marzo 2021: in quali casi e con quali deroghe

Rinnovo qualche riflessione già fatta precedentemente:

Per trovare un precedente blocco della libertà di organizzazione dell’impresa bisogna risalire al decreto legislativo luogotenenziale 21 agosto 1945, n. 523, nei primissimi mesi dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Oggi, però, siamo in assenza della drammaticità della conclusione del più grave evento bellico della storia dell’umanità.

In Italia le piccole e medie imprese impiegano l’82% dei lavoratori e rappresentano il 92% delle imprese attive. In questo contesto il vero capitale dell’azienda è proprio quello umano.

Nessuno come un imprenditore sa quanto valga in termini di patrimonio aziendale, oltre che di relazioni umane, la stabilità dei rapporti di lavoro e quanto sia critico il momento della conclusione di questi.

Quindi nessun imprenditore licenzia senza ragioni gravi e profonde.

Se i lavoratori sono bloccati nelle aziende e non possono svolgere le loro attività, ricevono i sussidi degli ammortizzatori sociali straordinari che hanno costi sociali enormi.

Un lavoratore in cassa integrazione avrà scarsissima propensione a cercare nuova e diversa occupazione perché resterà ancorato all’azienda anche se il suo posto di lavoro, la sua funzione, fosse definitivamente venuta meno.

Legare il lavoratore a posti inesistenti riduce conseguentemente la sua occupabilità e lo disincentiva a trovare future occupazioni.

Le risorse economiche pubbliche più proficuamente potrebbero essere impiegati nel consolidamento degli istituti compensativi della mancanza di reddito (la NASPI).